Qual è il sapore della felicità? Per qualcuno è quello di una pasta preparata dalla nonna, per altri il profumo di una torta imperfetta, ma buonissima, o di un piatto condiviso durante una giornata al mare. La risposta non si trova necessariamente nei menu dei ristoranti più celebrati: spesso è nascosta nelle cucine di famiglia, nei gesti ripetuti nel tempo e in quelle ricette che continuano a parlare di noi anche quando cambiano le stagioni della vita.
È da questa domanda che nasce Che sapore ha la felicità? (Rizzoli, 2026), il volume firmato dalla giornalista enogastronomica Fabiana Salsi, che ha raccolto le testimonianze di 103 chef italiani. A ciascuno ha chiesto di condividere una preparazione speciale, raccontando non soltanto come realizzarla, ma soprattutto quale storia custodisce e quali emozioni riesce ancora a suscitare.
Il risultato è un libro che mette da parte la ricerca della perfezione estetica e le tecniche più sofisticate per restituire alla cucina la sua dimensione più intima. Le ricette diventano così piccoli archivi sentimentali, capaci di conservare voci, volti, abitudini e momenti che il tempo non cancella. Anche l’impianto visivo accompagna questo viaggio: fotografie e pagine che richiamano le tovaglie a quadretti delle tavole di una volta trasformano la lettura in un’esperienza familiare, quasi conviviale.

La copertina del libro di Fabiana Salsi
Quando un piatto racconta una famiglia
Tra le storie raccolte c’è quella di Domingo Schingaro, chef del ristorante Due Camini di Borgo Egnazia, che affida ai ricordi legati a riso, patate e cozze una parte importante della propria identità. La preparazione pugliese gli riporta alla mente le giornate al mare con la madre e i fratelli, quando il cibo era parte di un rituale fatto di organizzazione, condivisione e cura.
Un sentimento simile accompagna il racconto di Pietro Zito, patron di Antichi Sapori a Montegrosso, nel territorio di Andria. La sua acquasale evoca il paesaggio rurale, gli orti, il lavoro dei nonni e il valore di una comunità che si riconosceva anche intorno a una tavola semplice.
È proprio in questa capacità di trasformare ingredienti quotidiani in ricordi indelebili che il progetto trova la propria forza. Perché un piatto non deve necessariamente sorprendere per essere memorabile: a volte basta che sappia restituire, anche solo per un istante, la sensazione di essere nel posto giusto, accanto alle persone giuste.
La cucina come linguaggio universale
Il racconto coinvolge nomi di primo piano della gastronomia e volti conosciuti dal grande pubblico, da Massimo Bottura ad Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri, Carlo Cracco, Gennaro Esposito (nella foto cover il suo spaghetto alla nerano), Giorgio Locatelli e Alessandro Borghese, insieme a Chiara Pavan e Iginio Massari.
Pur provenendo da esperienze e territori differenti, gli chef condividono una consapevolezza: la cucina è molto più di una professione o di una forma di espressione creativa. È anche un modo per dare continuità alle proprie radici e trasformare il passato in qualcosa da trasmettere agli altri. Come suggerisce Bottura, il cibo può diventare un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che saremo.
Nelle pagine di Salsi, la felicità non è dunque una ricetta universale, né un risultato da raggiungere seguendo dosi precise. È una sensazione personale, che cambia da individuo a individuo e che spesso si manifesta nei dettagli più ordinari.
Il libro ha anche una finalità solidale: l’autrice ha scelto di devolvere i propri guadagni a Emergency. Un ulteriore modo per ricordare che il cibo, oltre a nutrire e a creare legami, può diventare uno strumento concreto di attenzione verso gli altri.
Che sapore ha la felicità? di Fabiana Salsi, Rizzoli, 2026, 240 pagine, 22,90 euro.




