C’è una bestia che si nasconde dentro ciascuno di noi. Vive sotto la superficie delle convenzioni sociali, dietro le regole della civiltà, apparentemente addomesticata dalla razionalità. Ma basta un trauma, un dolore impossibile da elaborare, perché quell’istinto primordiale torni a manifestarsi. È da questa inquietante riflessione che prende forma Ferine, il film con cui Andrea Corsini debutta alla regia di un lungometraggio, portando sul grande schermo un horror psicologico che sceglie di andare oltre i tradizionali meccanismi della paura.
Prodotto da EDI Effetti Digitali Italiani, pesentato nei festival internazionali e arrivato nelle sale italiane il 5 novembre 2026 con Adler Entertainment, Ferine si inserisce in quel percorso di rinnovato interesse verso il cinema horror italiano che negli ultimi anni sta dimostrando di poter ritrovare una propria identità anche oltre i confini nazionali.
Al centro della storia c’è Irene, interpretata da Carolyn Bracken, una raffinata e facoltosa collezionista d’arte la cui esistenza viene sconvolta da un evento traumatico. Qualcosa cambia dentro di lei: gli equilibri si spezzano, la razionalità lascia spazio a un istinto incontrollabile e la sua stessa natura sembra trasformarsi. A incrociare il suo destino è Dama, interpretata da Caroline Goodall, una misteriosa trafficante di animali esotici sulle tracce di un giaguaro nero fuggito dalla cattività. Due figure femminili, apparentemente lontane, che finiscono per riconoscersi in una dimensione dominata dalla sopraffazione, dalla sopravvivenza e dalla legge del più forte.
L’orrore non è fuori, ma dentro di noi
Il primo merito di Andrea Corsini è quello di non utilizzare l’horror soltanto come strumento per generare tensione e spavento. Ferine è soprattutto una riflessione sulla natura umana, sul confine sempre più sottile tra uomo e animale e sulla fragilità di quella presunta superiorità che la civiltà attribuisce alla specie umana.
La citazione di Arthur Schopenhauer che apre il film non è una semplice introduzione filosofica, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. L’essere umano, privato delle sovrastrutture che lo rendono socialmente accettabile, può rivelare una natura feroce e imprevedibile. Un concetto che Corsini sviluppa attraverso una metafora estrema, nella quale il dolore diventa trasformazione e la sofferenza assume una dimensione quasi animalesca.
È proprio questa chiave di lettura a rendere il film particolarmente interessante. La componente horror si intreccia con il dramma psicologico, mentre il tema della maternità, del trauma e della perdita aggiunge ulteriori livelli di interpretazione a una storia che preferisce suggerire piuttosto che spiegare ogni cosa.
Carolyn Bracken e Caroline Goodall, due protagoniste magnetiche
A sostenere il racconto sono soprattutto le interpretazioni delle due protagoniste. Carolyn Bracken costruisce un personaggio complesso, nel quale la trasformazione interiore emerge progressivamente attraverso gli sguardi, i movimenti e la fisicità. Il suo è un lavoro che trova la propria efficacia nella sottrazione, evitando di affidarsi a un’eccessiva espressività.
Di fronte a lei, Caroline Goodall porta sullo schermo una figura algida e inquietante, abituata a esercitare il controllo sugli esseri viventi come se fossero semplici oggetti da possedere. Il confronto tra le due donne diventa così uno degli elementi più suggestivi del film.
Accanto a loro, Paola Lavini ed Elisabetta Caccamo contribuiscono a costruire quella dimensione familiare e drammatica che progressivamente lascia spazio alle atmosfere più oscure della vicenda.
La forza delle immagini e la firma di Pino Donaggio
Se c’è un aspetto nel quale Ferine dimostra una personalità particolarmente riconoscibile è la ricerca estetica. La fotografia di Fabrizio La Palombara, gli ambienti geometrici, le architetture brutaliste e il contrasto tra spazi urbani e paesaggi naturali contribuiscono a creare un universo visivo straniante, nel quale la bellezza formale convive continuamente con la brutalità.
Non si tratta soltanto di una scelta stilistica: l’eleganza degli ambienti diventa il contrappunto alla progressiva perdita di controllo della protagonista. Una tensione che richiama alcune suggestioni del grande cinema horror internazionale, da Il bacio della pantera fino alle atmosfere più sofisticate del thriller psicologico.
A impreziosire ulteriormente l’opera è la colonna sonora di Pino Donaggio, compositore che ha firmato musiche per importanti registi internazionali come Brian De Palma. La sua partitura accompagna le immagini con una componente orchestrale intensa e malinconica, contribuendo a rendere ancora più immersiva l’esperienza cinematografica. Non a caso, la fotografia e la colonna sonora hanno ricevuto il riconoscimento Cheval Noir al Fantasia International Film Festival di Montréal.
Ferine, un’opera prima imperfetta ma coraggiosa
Qualche fragilità nella costruzione narrativa e alcune soluzioni simboliche non sempre perfettamente sviluppate impediscono al film di raggiungere la piena efficacia delle sue premesse. In alcuni passaggi la storia avrebbe probabilmente beneficiato di una maggiore fluidità, soprattutto nella parte conclusiva.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questi aspetti. Il valore di Ferine risiede anche nella volontà di Andrea Corsini di percorrere una strada personale, senza inseguire necessariamente le formule più rassicuranti del genere.
Il risultato è un horror d’autore che punta sull’atmosfera, sulla suggestione e sulla forza delle immagini, restituendo al cinema di genere una dimensione filosofica e psicologica. Un film che non cerca soltanto di spaventare, ma invita a interrogarsi su ciò che siamo quando smettiamo di fingere di essere diversi dalla nostra natura.
Perché, in fondo, il mostro più terrificante non è quello che si nasconde nella foresta. È quello che abbiamo imparato a tenere prigioniero dentro di noi.
E Ferine ha il merito di ricordarci quanto possa essere sottile la gabbia che separa l’essere umano dalla bestia.
