Ci sono storie che appartengono al calcio e altre che, a un certo punto, smettono di parlare soltanto di calcio. Quella di Diego Armando Maradona è una di queste. Ed è proprio da questa consapevolezza che parte “Numero 10”, lo spettacolo diretto da Carolina Fanelli, andato in scena al Teatro Palapartenope di Napoli per la sua prima assoluta, davanti a una sala sold out e a un pubblico che, alla fine, si alza in piedi per una lunga standing ovation.
Non è un biopic teatrale e non vuole esserlo. “Numero 10” sceglie piuttosto di attraversare il mito per arrivare all’uomo, alla sua solitudine, alle sue paure, alla fragilità nascosta dietro l’immagine del campione capace di conquistare uno stadio e un’intera città. Una scelta narrativa che porta lo spettacolo lontano dall’imitazione e lo avvicina all’epica.
La storia parte dalla fine, dalla morte di Maradona, dai flash dei fotografi e dal rumore di una stampa pronta a trasformare l’uomo in notizia. Poi, quasi come un ricordo che riemerge dal buio, la voce della madre riporta Diego all’infanzia, alla povertà di Buenos Aires, alla strada e a quel talento che sembra nascere dalla polvere prima ancora di arrivare sotto i riflettori.
Ed è Lina Sastri a prendere la scena, restituendo alla madre tutte le sfumature di una donna che ama il proprio figlio prima ancora di sapere che diventerà Maradona. È una presenza dolce e struggente, soprattutto nei momenti musicali, quando la sua voce assume una dimensione quasi lirica e trasforma il canto in una forma di memoria, di protezione, quasi di preghiera. Sastri non interpreta soltanto una madre: diventa il filo emotivo che tiene insieme l’uomo e il mito.
Erasmo Genzini ha invece il compito più delicato: interpretare Maradona senza cadere nella trappola dell’imitazione. E ci riesce scegliendo una strada diversa, fatta di gesti, fragilità, energia e carattere. Il suo Diego non è una copia del campione che tutti conosciamo, ma un uomo che porta addosso il peso di essere diventato un simbolo. Rimane forte, magnetico, a tratti irriverente, ma lascia emergere soprattutto la vulnerabilità di chi si ritrova improvvisamente a vivere una vita troppo grande per poterla controllare.
Maurizio Casagrande, nei panni di Ottavio Bianchi, assume una funzione quasi paterna. È severo quando deve esserlo, capace di riconoscere il talento di Diego, ma anche di rimproverarlo; sa complimentarsi e, quando la tensione lo permette, alleggerire la scena con battute che arrivano direttamente alla platea. È un contrappunto umano che impedisce al racconto di diventare un monumento.
Poi c’è Giorgio Borghetti. La sua voce fende il buio della sala e il suo Giornalista diventa la rappresentazione di quella stampa che voleva mettere “il mostro in prima pagina”, senza necessariamente interrogarsi sull’uomo nascosto dietro il personaggio pubblico. È una presenza quasi antagonista, una voce che incarna il giudizio, il pregiudizio e la spettacolarizzazione di una vita privata diventata patrimonio collettivo.
E proprio quando sembra che la cronaca abbia avuto l’ultima parola, arriva Marino Bartoletti. Interpretando se stesso, il giornalista riporta il racconto su un piano più intimo e sensibile. La sua presenza non serve a celebrare Maradona, ma a raccontarne un lato che appartiene all’amicizia, alla confidenza, alla persona. Il monologo finale diventa così una sorta di restituzione: dopo aver attraversato il mito, il palco torna all’uomo.
La vera sfida di “Numero 10”, però, è anche quella visiva. Carolina Fanelli si trova a governare una macchina teatrale complessa, fatta di scenografie imponenti, costumi, musica, immagini, danza e acrobazia. Le quattro torri rotanti di sette metri e mezzo progettate da Fabio Masetti non sono semplici elementi scenografici, ma diventano un dispositivo narrativo che accompagna le metamorfosi di Diego: Buenos Aires, Napoli, lo stadio, la gloria, il giudizio.
La regia riesce a tenere insieme tutti questi elementi senza perdere il filo della storia. Le scene oniriche, i balli acrobatici e le trasformazioni dello spazio riempiono gli occhi e costruiscono un immaginario che ha qualcosa di cinematografico. È una scelta ambiziosa, che rischierebbe facilmente di sovrastare la narrazione, ma che Fanelli riesce a ricondurre al percorso del protagonista.
Perché “Numero 10” è, in fondo, una storia universale. È la storia di un uomo nato dalla polvere che arriva a toccare le stelle e che, proprio quando sembra aver conquistato tutto, precipita nuovamente nel buio. Maradona è il protagonista, ma il tema è più grande di lui: il prezzo del successo, la trasformazione di una persona in un’icona, la difficoltà di sopravvivere al proprio stesso mito.
In questo percorso Napoli occupa un posto centrale. Non soltanto come città in cui Diego ha giocato, ma come luogo in cui un uomo è diventato simbolo e ha restituito sogni a un popolo. È particolarmente significativa la scena dell’albero di Natale, con i desideri dei napoletani appesi accanto al suo nome: un’immagine semplice e potente che sintetizza il rapporto quasi spirituale tra Maradona e la città.
Anche la musica contribuisce a costruire questa dimensione epica. La colonna sonora originale di Phil Mer, dal respiro cinematografico, alterna orchestra ed elettronica, percussioni e sonorità popolari, melodie argentine e napoletane. I brani interpretati da Lina Sastri si muovono verso una dimensione quasi lirica, mentre il rap di Ivan Granatino porta in scena la voce urbana e contemporanea del popolo. È un’altra contaminazione che permette allo spettacolo di attraversare epoche e generazioni.
Alla fine resta soprattutto una sensazione: quella di aver assistito non alla celebrazione di un calciatore, ma al racconto di una parabola umana. La parabola di un uomo impossibile da contenere dentro una maglia, un numero o un trofeo.
“Numero 10” prova a togliere la statua dal piedistallo per guardare cosa c’era dentro. E lo fa attraverso il teatro, la musica, il corpo, la parola e le immagini. Il risultato è uno spettacolo monumentale, certamente, ma capace nei suoi momenti più riusciti di diventare anche intimo.
Il pubblico del Palapartenope lo ha riconosciuto al termine della serata: prima gli applausi, poi tutti in piedi. Una standing ovation che sancisce il debutto di uno spettacolo che sceglie di raccontare Maradona partendo dalla sua dimensione più difficile da rappresentare: quella dell’uomo.
Perché il mito, alla fine, resta. Ma è l’uomo che continua a farci emozionare.
